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La libertà di correre senza paura – part 2

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La libertà di correre senza paura – part 2

Anche in Svezia, come in Italia, si corre in città o lungo le ciclabili (con la differenza che qui le ciclabili sono ovunque e quindi numerosissime), ma la preferenza della maggioranza dei podisti è correre nei boschi o nei parchi cittadini, all’interno dei quali vengono tracciati dei percorsi di diversa lunghezza e difficoltà in modo che ognuno possa trovare quello su misura per sé. Con tutta la natura e il verde che c’è qui intorno diventa davvero quasi un peccato non approfittarne e scegliere una corsa sui marciapiedi.

Io ho da subito preferito il bosco e un secondo dopo aver lasciato scegliere il mio cuore, è intervenuta la testa e i famosi parametri interiori hanno lanciato l’allarme: “Andare in un bosco da sola? Di sera?? Non credo proprio!”.

Il problema di correre senza luce qui al Nord non è proprio trascurabile: se si decide di rinunciare vuol dire privarsi di una passeggiata all’aperto in sostanza 6 mesi l’anno, il che significa il 50% del tempo a disposizione. Conoscevo la proverbiale fama dei Paesi Scandinavi in fatto di emancipazione, progresso sociale, sicurezza e grado di evoluzione ma questo non è bastato a rilasciare il freno interiore che mi faceva rifiutare l’idea di qualsiasi attività in solitaria nelle ore buie e in posti che il mio DNA considerava off-limits.

Si è tutto risolto una sera di novembre in cui quasi per caso ho spiegato il problema al mio attuale compagno, cittadino svedese. Pur capendo i miei timori, mi sono resa subito conto che per lui alcune cose risultavano inaccettabili, difficili da comprendere, come se parlassi di concetti e situazioni lontani da lui anni luce. Avevamo qualcosa di molto diverso nei nostri DNA in merito, evidentemente.

“Cambiati, stasera andiamo a correre insieme”.

Senza aggiungere molte parole in più di quelle di cui sopra, siamo andati in uno dei tanti boschi vicino e a casa e, una volta arrivati all’inizio del percorso, mi ha detto: “45/50 minuti, ci ritroviamo qui. Segui il colore dipinto sugli alberi relativo al percorso che hai scelto!”

Sapevo che il mio compagno non mi avrebbe mai messo in situazioni poco sicure e così sono partita. Dopo pochissimi metri col cuore in gola, passati a guardarmi terrorizzata intorno, mi si è aperto un mondo. Innanzitutto, una perfetta illuminazione lungo tutta la pista, seppur ai lati dello sterrato il bosco rimaneva di un buio pesto. E poi, improvvisamente, eccolo il mondo di chi non ha paura del buio: runners di ogni età, mamme con carrozzine, coppiette a passeggio mano nella mano, anziani a spasso col cane e perfino una comitiva di bambini per una sessione di orientering al buio! Gente, persone, vita! Tutti in giro sereni, senza timori, come fosse una cosa normale.

Mi è venuta una gran rabbia, un bruciore tra il cuore e lo stomaco e ho capito in un colpo solo una cosa terribile: in Italia la paura mi aveva tolto il valore supremo, mi aveva privato della mia libertà. La libertà di vivere la mia città, di godere di una corsa in campagna, di allenarmi quando volevo senza preoccuparmi di quanta luce ci fosse fuori. Correvo e provavo quella sensazione magnifica e incredibile di trovarmi di sera in mezzo ad un bosco, sola, senza sentirmi minacciata. Una emozione assolutamente nuova quando non dovrebbe affatto esserla, quando dovrebbe essere naturale e normale.

È terribile pensare che un Paese come l’Italia nel terzo millennio non sia ancora in grado di garantire la liberà ai propri cittadini, perché è di questo che stiamo purtroppo parlando. La mancanza di sicurezza costringe a delle rinunce che non sono plausibili, perché non dovrebbe essere pericoloso correre per una donna sola in pieno giorno. Né di sera, né in mezzo ai campi o in un parco o in un bosco.

È in un panorama simile che un’associazione come le WIR assume un valore enorme, compiendo due piccoli miracoli: non solo si impegna per ridare alle donne la libertà che è (o forse dovrebbe essere!) loro dovuta puntando i fari su un problema terribile e costringendo le istituzioni a riflettere e magari, in un futuro si spera non troppo lontano, ad agire; ma anche e soprattutto ci insegna cosa sia la forza del gruppo, dove il coraggio dei singoli si unisce per abbattere qualunque paura. Si tratta di un potere incredibile: se i luoghi che sono considerati pericolosi e da evitare cominciano a riempirsi di persone che sfidano le circostanze, presto le circostanze cambieranno da sé e quegli stessi spazi saranno pieni di gente, brulicanti di vita, magari addirittura teatro di iniziative. E allora non sarà più conveniente utilizzarli come scenari di aggressioni, scippi, rapine o violenze perché non saranno più luoghi dove poter agire indisturbati.

Credo che questo faccia delle WIR un’associazione che sia doveroso ed eticamente necessario sostenere, supportare ed affiancare quanto più possibile, ciascuno nella misura che gli è consentita. L’importanza del messaggio che trasmettono è davvero alla base di ogni società evoluta.

Finito di correre nel bosco, in macchina verso casa, il mio compagno mi dice: “Volevo che vedessi e capissi da te come funziona qui, ma ora che tutto è andato liscio posso dirti la verità… è effettivamente pericoloso correre di sera anche qua in Svezia: potresti incontrare qualche animale selvatico, un alce o un cerbiatto o una volpe, nel caso non muoverti e lascia che se ne vada. Potresti non vedere bene il terreno e inciampare in una radice, nel caso fermati e aspetta che passi qualcuno per chiedere aiuto. Potresti non vedere un’indicazione per il sentiero giusto e trovarti altrove, nel caso torna sui tuoi passi non appena te ne accorgi…”

Spero davvero che un giorno, anche grazie alle WIR, in Italia ci siano luoghi in cui siano questi i rischi di una corsa in solitaria, qualunque sia l’ora in cui si sceglie di correre. Non quello di non tornare più a casa. Mai più.

Kika dalla Svezia

 

 

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