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GIULIA: dalla Maratona di New York alla Milano Marathon!

GIULIA: dalla Maratona di New York alla Milano Marathon!

Partiamo dalla fine: ho pianto. Non mi era mai successo. Non per una gara almeno: di solito piango di rabbia chiusa nel bagno dell’ufficio, o recentemente di felicità per un nuovo amore che sta crescendo (alla veneranda età di 41 anni…), ma le gare non mi avevano mai fatto piangere, nessun trail spezza gambe, nessuna gara andata ogni più rosea aspettativa, neanche la mia prima maratona che è stata a New York. Che uno dice: hai fatto come prima maratona New York, nulla ti potrà emozionare di più. Invece Milano mi ha stesa: quando ho visto i cartelli “350 m” e “300 m” e poi la curva e in fondo il traguardo ho cominciato a singhiozzare e per la prima volta nella mia vita sono persino andata in iperventilazione, che per un attimo ho pure temuto di morire, ma sarebbe stato davvero un peccato mancavano davvero ormai troppi pochi metri.

L’emozione è stata fortissima, nella tua testa continui a ripetere: “Ce l’ho fatta porca miseria, ce l’ho fatta”.

Durante tutti quei lunghissimi 42,195 km ho pensato a come raccontare questa esperienza. Confesso che il pensiero fisso è stato “mai più. Ho giurato e spergiurato che mai più avrei fatto un’altra maratona. Poi ho giurato che non avrei fatto più manco le mezze maratone. Al massimo gare con distanze da 10 km. Forse anche meno. Verso il 30esimo avevo deciso di smettere di correre per sempre. Mi dicevo: “Facciamo questi km e poi basta! Non è umano, non è sostenibile, e che cacchio!”. Sono entrata in crisi fortissima al 14esimo km (il che la dice lunga sulla mia condizione fisica e sulla mia preparazione particolarmente scarsa) e ho cominciato a fare un conto alla rovescia ossessivo dei chilometri al 31esimo: “Meno undici-meno undici-meno undici”, poi “Meno dieci-meno dieci-meno dieci”, un mantra che era diventata quasi una preghiera, non pensavo ad altro. Anzi no. Pensavo che io ero lì in quell’istante. Io in un presente dilatato e infinito. C’era solo presente. Se pensi l’uomo per natura  vive sempre o ancorato al passato o proiettato al futuro, raramente riesce a godere dell’istante che sta vivendo, ad avere coscienza dell’io nel presente. Invece la maratona, dopo qualche chilometro (di solito quelli che un essere umano mediamente allenato riesce a sostenere fisicamente, diciamo 25 km), si impossessa di te, non ti lascia energie per pensare a nulla, ti svuota la testa, persino il corpo va per conto suo, entri in trance, o almeno io ero così poco lucida che mi sembrava di esserlo. La sensazione fortissima di essere lì adesso in quell’istante e basta.

Ma come è stata la Maratona? Il percorso l’ho trovato particolarmente bello, ogni tanto riuscivo pure ad alzare lo sguardo, i grattacieli degli archistar incombevano su di noi come cattedrali, ma poi il verde: ma ci sono alberi anche a Milano? Incredibile un sacco di parchi, l’ippodromo, i viali alberati. Il tempo è stato perfetto, giusto forse un po’ caldo, ma ogni tanto si alzava il vento (sempre contrario, maledetto!) che ci rinfrescava un po’. Il sole ha lasciato il bellissimo segno dei pantaloncini e dei compressori, quei marchi che poi in spiaggia ti fanno riconoscere tra runners anche in costume, con cui scambi segni di approvazione a distanza.

E oggi lunedì, mentre cammino con la scioltezza di Robocop (versione anni novanta of course) e aspetto di capire quale unghia del piede perderò stavolta, penso che i podisti sian tutti bugiardi e quasi quasi mi iscrivo a un’altra maratona…

Dimenticavo! I miei tempi… ho chiuso in 05:00:40 real time 04:57:52! Una ciofeca! Ma io sono felice <3

Giulia

TRE GIORNI PRIMA GIULIA SCRIVEVA…
Scrivo i miei pensieri nel cuore della notte con la febbre che mi toglie sonno e lucidità a meno di tre giorni dalla maratona. 

Gli insegnamenti precoci di mia madre (per precoci intendo inculcati prima del compimento del settimo anno di età) sono stati sostanzialmente due: nessuno ti regalerà mai nulla nella vita e non devi mai uscire di casa con le ascelle non depilate.

Il secondo comandamento di mia madre deriva sicuramente dal suo aspetto estremamente nordico, una bionda del nord est che non ha mai avuto problemi tricologici tanto da non aver mai fatto la ceretta in vita sua e alla sua innata repulsione per chi non si prende cura di se stessa.

Il primo comandamento l’ho sempre considerato molto banale, non capivo come potesse essere possibile trovare delle scorciatoie nella vita, almeno a me non è mai riuscito. Quindi Giulia lavora sodo e guadagna ogni cm della tua vita col coltello fra i denti. E come tutti o quasi ho lavorato sodo spuntando dalla mia lista ideale di borghesi successi tutti i passaggi della mia vita. Laurea, lavoro, matrimonio, figlio, casa di proprietà, mutuo in banca. Finché SBAM! Inaspettatamente il meccanismo si inceppa. Come un PIL di una nazione che non può crescere per sempre, arriva la crisi. Sì quella cazzo di crisi di mezza età precoce, quella che ti fa capire che alla soglia dei quarant’anni forse non hai capito nulla. Forse era tutto effimero. Forse non era la tua vita. Di 40enni in crisi ne ho incontrati tanti. Motivi scatenanti storie simili o quasi. Crisi palesi o latenti. Crisi scatenate o subite. Beh a quel punto ti trovi a un bivio: autodistruzione o rinnovamento. Io ammetto mi sono crogiolata nell’autodistruzione per un po’. Poi ho incontrato la corsa.

Come tanti quarantenni o giù di lì (io di anni ne avevo 38 e li portavo benissimo), a un certo punto cominci a correre. Perché? Non lo so. Anzi. Non lo sapevo. Ora credo di aver capito. Credo eh perché ormai vivo in un relativismo cosmico anche sulle scelte più banali.

La corsa non ti regala niente. La corsa è schietta e bastarda. La corsa è una banalissima metafora della vita.

Ti costringe a stare da sola anche se sei in gruppo. Ti costringe a contare solo sulle tue forze. Ti impone di avere ritmi di vita sani anche se ti vorresti solo ammazzare di mojito. E ti costringe a dedicarle TEMPO. Quella cacchio di cosa che a volte non abbiamo neppure per i nostri figli figuriamoci per noi stesse.

Ecco la corsa è la perfetta sintesi dei comandamenti di mia madre: lavora sodo e prenditi cura di te.

A un certo punto della mia scarsissima carriera di podista, mi viene l’idea pazza. Si perché la corsa ti regala anche un senso di onnipotenza insensato, soprattutto per chi come me non ha mai fatto sport in vita sua. L’idea si insinua nel tuo inconscio, in maniera subdola e silenziosa. Vedi foto di pettorali, frasi motivazionali in tutti i settecento gruppi di corsa di facebook in cui compulsivamente ti iscrivi, senti alle garette della domenica settantenni che fanno distanze che tu manco sapessi fosse umano sostenere.
Insomma mi iscrivo a una maratona. Naturalmente scateno il panico nei familiari. Con una madre che si ostina a chiederti di non sudare mentre corri (ammettetelo anche la vostra lo fa) che ti aspetti?

E la maratona è tipo il concentrato della corsa che è il concentrato della vita. Doppio concentrato insomma. Ti chiede ancora più dedizione. Più tempo. Ti chiede pianificazione (che a me manca completamente). E ti chiede di fare un salto nel buio. Perché ammettiamolo: la maratona ti insegna che puoi pianificare tutto, allenarti, mangiare sano, dormire la notte (non stanotte evidentemente), ma nonostante tutto ti insegna che non arriverai mai pronto al 100% e c’è sempre l’imprevisto che ti rovina la festa, come la mia febbre a 39 di stanotte.

Ma sapete una cosa? La corsa mi ha insegnato a buttarmi, ad azzardare, ad alzare l’asticella delle aspettative su di me.

Quindi domenica io corro. Sempre se non muoio stasera (maledetto relativismo).

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